.... in bilico con il destino
... caro amico di sempre, quando leggo le tue lettere mi vengono i brividi, e quando parli di me mi sento piacevolmente radiografata, credimi sei fantastico, hai analizzato e posto in sintesi il modello comportamentale che mediamente assumo, di fronte alle tue parole mi sento nuda e senza difese … non posso che farti i complimenti.Sei una persona molto dolce e di rara sensibilità, come potrei io abituata mio malgrado a sconce avventure, diventata ormai ostile e diffidente, anche se vogliosa e irrequieta, trovare un giusto equilibrio tra il diniego totale e l'antitesi più profonda.
Molto spesso ci penso all'eventuale incontro ma poi la paura delle conseguenze mi spinge a richiudere la porta del mio cuore, e se lascio aperto uno spiraglio, io così labile cinque minuti dopo già mi pento, il cuore si spezza e mi mortifico senza alcuna ragione. Sono crudele con me stessa, si ne sono consapevole, forse devo spiare le mie colpe passate, anche quando pongo un limite alle mie parole, forse la mia insicurezza sta anche nella paura di deluderti. Non lo so! Ed ecco che metto in campo le mie difese, forse ho imparato troppo bene dal mondo a non concedermi con facilità, a non andare oltre, ad aver paura di spiccare il volo.
Forse non l'ho imparato ma era già scritto dentro di me!
Mia madre dopo la nascita di mio fratello voleva assolutamente una figlia, assolutamente femmina e invece sono nato io, un brutto rospo, ma lei non si diede per vinta e mi allevò ne più ne meno come se avesse avuto davvero una bambina. Arrivai dapprima al l'asilo e poi alle elementari in uno stato di grande confusione sentimentale e comportamentale, in molte occasioni dai miei compagni fui dapprima derisa e poi sottomessa anche picchiata fuori dalla scuola.
Non so se tutto ciò potrebbe giustificare il mio comportamento, a volte così crudele da interrompere un piacevole e piccante pensiero, così avverso ad un racconto libero, così ostile ad un'incontro sicuramente naturale tra persone ormai troppo adulte, non so! Scusa l'espressione ma mi definisco una stupida che non ha voglia di crescere. L'unica cosa che so e che non voglio più rischiare e piangerne le conseguenze.
Ti voglio raccontare alcuni scampoli della mia vita vissuta, nella speranza di non annoiarti, per sottoporti ad analisi due diverse personalità che convivono in me e che saltano fuori alternativamente senza una precisa ed apparente motivazione.
Concedimi questa piccola trasgressione, e se la trovi insulsa o noiosa, ti chiedo scusa.
Tra il 84 e il 99 buona parte del mio tempo lo trascorsi a Boston, ho lavorato per alcuni anni in diverse aziende di telecomunicazione nell'america latina, e così ho avuto la possibilità di girare buona parte del sud america. Sono stati anni bellissimi e pieni di soddisfazioni, ma ho vissuto anche momenti difficili e ho passato un sacco di guai, fino a quando il mio destino mutò radicalmente, io sono fatalista come tu ben sai ed accettai tutto ciò ciecamente. Piano piano la mia vita stava cambiando e così anche il modo di pensare, le certezze non erano più tali e tutto mi sembrava così possibile, ma mi resi conto troppo tardi che la mia vita stava andando verso un'inesorabile declino.
Voglio subito chiarire che qui non c'entra la droga, tu sai bene che io non fumo, non bevo alcolici e la sola birra mi ubriaca, non assumo droghe e non frequento chi si droga, sono una tranquilla e convinta vegetariana ma non fumo l'erba, roba tribale! da disperati.
Ma veniamo ai fatti vissuti, mi piaceva vivere a Boston, avevo molte amiche e molti amici gay, li non era un problema essere transessuale o gay, è una città molto aperta e le comunità tv/cd/gay erano molto numerose anche se mal sopportate. Ho vissuto con diversi compagni con i quali ho trascorso giornate bellissime e nottate da ricordare. Penso di essermi innamorata diverse volte, anche se non era vero, mi sono lasciata nel giro di pochi mesi, convivenze brevi ma intense, ho sempre sognato di trovare qualcuno o qualcuna (sorellina) con cui concretizzare un vita in due, solo un sogno e poi tante delusioni, tante delusioni, tante lacrime inutili, e alla fine scoprii che la realtà è molto diversa da quello che pensavo, è comunque il mondo restava molto crudele con noi, esseri involontariamente diversi, che vengono visti dalla gente solo come una forma moderna di trasgressione, solo per un'incontro frugale, calpestando quel pochi sentimenti che ci portiamo dentro e che abbiamo costruito con tanta fatica, niente comprensione e umanità, solo cinque minuti di parole assurde, dette per la circostanza.
Arrivata a Boston ho costruito la mia vita attorno ad un modello assai dinamico, un po' fuori dagli schemi, sono stata bene e mi sono divertita, ho raccolto molte soddisfazioni nel lavoro ma il mio mondo sentimentale era costantemente soffocato, minimale, desiderato, ignorato … assai disperato!
Si d'accordo ho avuto tante avventure ma poco incisive e per nulla costruttive, soltanto momenti effimeri che ti lasciano uno strano gusto in bocca assieme a qualche altro problemino.
Volevo invece dedicarmi un po' più a me stessa, qualcosa di sentimentale, stavo trascuravo gli aspetti più piacevoli e rosei della mia esistenza, così diversa e curiosa, bisognava trovare una soluzione e così un bel giorno mi risvegliai dal torpore della consuetudine, ormai poco appagante, e mi accorsi di essere pronta ad un cambiamento radicale, senza timore di sbagliare diedi un colpo di timone e allineai la prua della mia vita verso la nuova rotta dove il destino indicava. Una decisione tale da azzerare la mente (… reset my mind ….) e ricominciare tutto da capo all'età di 35 anni, una laurea stracciata in cambio di un punto interrogativo, una pura follia!
Non sto a dilungarmi nel racconto degli infiniti errori che commisi in seguito alla folle decisione, e così mi trovai ben presto senza denaro, senza lavoro e senza un tetto dove rifugiarmi. Insomma finii sotto i ponti!
Nella sventura la fortuna volle che un mia cara amica femmina biologica, prese compassione di me e mi ospitò per alcuni mesi nella sua alcova, una piccola mansarda, locale sottotetto ovvero soffitta. Ella però faceva la puttana e molto spesso portava qualche cliente particolare e più esigente in mansarda. Come d'accordo, in quelle occasioni ormai sempre più frequenti, specialmente d'inverno, io dovevo sparire fino al giorno dopo.
Che si fa di notte in una città cosi grande, senz'altro pericolosa e poi d'inverno al freddo?… come è possibile sopravvivere, dovevo assolutamente trovare una soluzione, non potevo dormire per le scale, sarei stata cacciata via, allora potevo fare di notte quello che già facevo di giorno, ovvero lavoravo in una lavanderia, pagata malissimo e trattata peggio, come una schiava. Così mi misi alla ricerca di una opportunità di lavoro notturno magari in albergo come cameriera, lava piatti, sguattera, qualsiasi cosa sarebbe andata bene pur di guadagnare qualche soldo e passare la notte al caldo. Girai tutti gli alberghi, hotel, motel, pub, ma il destino non mi riservò alcuna buona possibilità.
Una notte fredda di febbraio, molto fredda e in preda ormai alla disperazione perché dopo aver percorso molta strada a piedi e aver bussato ad una ventina di alberghi, non avevo ancora a trovare un lavoro, per quanto decente o indecente che fosse. Continuamente rifiutata, sentivo solo rispondermi <non ora, non abbiamo bisogno di te, e poi non offriamo trans ai nostri clienti>, sempre fraintesa comunque, ero ormai senza soldi e terribilmente infreddolita, affamata e avvilita, sola e stanca in quella notte gelida come il cuore delle persone a cui avevo rivolto il mio messaggio di aiuto, neanche una miseranda e calda bevanda.
Ma è possibile che la gente sia proprio così fredda oppure è il segno del destino? senza più forze e volontà, decisi involontariamente di fare la puttana, insomma di offrire le mie capacità amatoriali e disponibilità alla soddisfazione sessuale dello sconosciuto cliente, senza porre a priori una selezione, chiunque esso sia.
Per fatalità, ero vestita in modo decente, magari un pochino appariscente ma non di certo oscena: gonnellina ¾ in jeans stretta con lunghe frange e strass, collant naturali sui quali avevo indossato un delizioso paio di parigine a strisce colorate assai vivaci, stivaletti bianchi e giubbino in pellicciotto di coniglio maculato, non mi potevo permettere niente di più. Nell'intimo avevo un body con le maniche lunghe di tipo sintetico, molto protettivo, un pelle sulla pelle. Capelli bruni a caschetto con le mesh bionde e una piccolissima borsetta che conteneva praticamente nulla, giusto un fazzolettino ed un'agendina con qualche numero di telefono, la foto di mio padre, il solo ancora in vita ma terribilmente distante.
Insomma niente di anormale, potevo passare quasi inosservata di giorno ma potevo essere anche oggetto di stupro la notte.
Mi recai così nelle strade dove solitamente stava la mia amica, non di certo per prendere il suo posto ma perché non era molto distante da casa, una zona libera e tranquilla dove non c'erano sfruttatori, gentaglia, insomma una zona franca se pur centrale della città.
Le sue colleghe che mi conoscevano, rimasero molto stupite nel vedermi, ma non fecero nulla per allontanarmi, sapevano dei miei guai e mi lasciarono stare con loro, anzi si prodigarono ad aiutarmi ed insegnarmi qualche malizia, non soffrivano di certo della mia presenza, li i clienti cercavano solo femmine.
Avevo velocemente imparato a passeggiare in modo inequivocabile e stuzzicavo qualche sguardo arrapato ma niente di più, qualche auto si fermava e più che battute oscene non ricevevo. Quella era una zona per puttane e non per transessuali o travestiti, quindi i clienti si recavano con lo scopo di imbarcare una bella gatta e non di certo uno scorfano come me, per cui quando mi avvicinavo al finestrino dell'auto e rispondevo alla richiesta ecco che ricevevo soltanto parole ironiche e insulti gratuiti, eppure non ero proprio da buttar via ed ero anche abbastanza carina e educata.
Insomma le ore si consumavano nel nulla ed io non sapevo più che fare, gli agenti di polizia erano passati più volte, gli unici a rivolgermi qualche parola gentile, ma erano le tre del mattino e le amiche se ne erano ormai andate tutte, ed io sola e senza aver acquisito alcun cliente mi accovacciai sugli scalini di un negozio per riflettere e ripararmi dal freddo intenso, sola e presa dallo sconforto con la testa fra le mani mi misi piangere forte e a singhiozzare, pensavo solo di farla finita, la vita non aveva più senso e mi sarei lasciata morire lì. Si, ne ero ormai convinta, le lacrime gelavano sul mio viso, rimasi li seduta finché il freddo non punzecchiava più il mio corpo, il pensiero era concentrato solo al desiderio di farla finita, non pensavo a nessuno in particolare, mi dispiaceva solo non di non aver potuto salutare per l'ultima volta mio padre, così distante, irraggiungibile, lui si che mi avrebbe aiutata, lui che è sempre stato molto comprensivo non mi avrebbe rimproverata, ma mi avrebbe capita e amata come sempre nella mia diversità. Passano i minuti e non sento più freddo, le gambe non si muovono, forse il sangue non circola più, non sento più il mio corpo, la mente invece percorre l'infanzia, vedo mia madre, i miei giochi, i malvagi compagni di scuola, gli anni di studio passati sui libri …, le luci della città intanto cambiano colore, sono più fievoli e quasi si muovono come delle fiammelle, rare macchine passano ma io non le vedo e nessuno si accorge più di me, chiudo gli occhi e mi lascio cadere nell'oblio.
Nella mente i pensieri si rincorrevano armai senza ordine, quando poi ormai svaniti, aprii gli occhi ad alzai lo sguardo, vidi d'avanti a me una macchina ferma e una persona scendere guardandomi, subito pensai “adesso questo tizio viene qui e mi da una valanga di botte, mi rapina e mi sodomizza, e se poi mia ammazza è meglio” ma non avevo ne paura, ne voglia e ne la forza di alzarmi per scappar via. Scese dall'auto una persona di mezza età molto prestante e si fermò a guardarmi, non pensai più alla paura ma pensai di avere le gambe un po' aperte ed allora mi stava guardando sotto, forse lo incuriosivo, come una puttana ormai avvezza cercai di aprile un po' di più e accennai un sorriso, ma più che un sorriso venne fuori una smorfia, con il viso visibilmente bagnato dalle lacrime ghiacciate non potevo che chiede solo dell'elemosina.
Si avvicinò a me e si chinò allungando la mano sotto il mio mento, una persona gentile sulla cinquantina che mi diede una carezza e chiese subito se avevo bisognoso di aiuto, gli dissi allora che avevo fame e freddo ma che ero disposta a qualsiasi cosa pur di placare questa mia necessità, la voglia di sopravvivere prevalse in me. Lui mi prese entrambe le mani e mi aiutò ad alzarmi, non riuscivo a camminare, lui era molto gentile e disposto ad aiutarmi, e così mi aiutò a salire nella sua auto, voleva accompagnarmi in un luogo caldo e se necessario in ospedale. Mi toccava le mani, le ginocchia e il viso, osservava il mio stato infreddolito, mormorava che la mia salute non andava bene, era preoccupato, mi condusse in un pub notturno non molto distante, non riuscivo a camminare ed allora mi prese in braccio come una bambina e mi portò dentro il locale, il locale era vuoto, c'era solo il proprietario, entrambi mi costrinsero a bere subito un bicchierone di latte caldo molto zuccherato.
Io ubbidii e mentre tentavo di bere pensavo alla persona gentile che avevo di fronte, forse un religioso, forse un medico, o forse una persona qualunque che aveva bisogno di dare affetto ad un brutto anatroccolo.
Io bevevo e lui mi tastava il polso a lungo, con sospetto mi disse “hai ingoiato qualche pasticca, vero?... hai le mani gelate, bianche e le unghie blu, forse hai i geloni … santo cielo la tua pressione bassissima … quasi non ti si sente il cuore … mi guardò gli occhi, le pupille non erano dilatate ed allora si allarmò, “aspettami torno subito” disse, dopo un po' ritornò con in mano la classica borsa da dottore, mi disse che era un medico e che doveva far subito qualcosa per me, voleva risollevarmi da una situazione pericolosa, potevo avere un arresto cardiaco, io feci cenno di acconsentire ma mi tremavano le gambe e non riuscii a parlare, volevo digli che non mi ero assolutamente drogata ma non riuscivo a pronunciare parola, facevo solo dei cenni. iI padrone del locale mi osservava e cercava anche lui di aiutarmi.
Il medico estrasse dalla borsa una fialetta e la siringa, allora gli strinsi subito le mani e con gli occhi spalancati lo pregai a gesti di non farmi la puntura, ero sensibile all'ago e sarei svenuta al semplice contatto con la pelle, lui comprese il mio terrore e ripose che era assolutamente necessario, ma come si avvicinò per stringere il laccio emostatico la vista si annebbio, un ronzio mi percosse la mente, e così ebbi un collasso e scivolai prima sulla panca e poi per terra sotto il tavolo.
Non ricordo nulla ma alla ripresa dei sensi mi sentii chiamare e con qualche schiaffetto, pallida come un limone ripresi lentamente i sensi ed anche il colorito, un gran mal di testa e da li a poco il latte che avevo bevuto lo riversai totalmente per terra.
Attorno a me c'ara anche il padrone del locale che mi scaldava le mani e il dottore che mi lavava la faccia con una salvietta profumata, poi mi disse che mentre ero svenuta aveva approfittato a farmi la puntura.
Sono ormai le cinque del mattino e mi sentivo in paradiso, le loro attenzioni così affettuose, calde e spontanee mi stavano ridavano la voglia di vivere, il medico mi diede da bere un po' d'acqua con qualche goccia di un farmaco per il cuore, io la bevvi con grande fiducia. Stavo ormai bene e con il medico uscimmo dal pub ringraziando il proprietario e scusandomi dell'accaduto, non volle essere pagato dal medico, gli diedi allora tre baci forti forti sulla guancia “ti posso dare solo questi, io sono povera” gli dissi, lui mi sorrise e mi invitò a tornare quando volevo, avrei trovato sempre un bicchiere di latte caldo per me, gli risposi che mi sentivo onorata e fortunata del suo pensiero e della sua benevolenza.
Allorché pensavo, ma come è variegato e diverso il mondo che immaginavo.
Il medico voleva accompagnarmi dapprima in ospedale ma non volli assolutamente allora insistette ad accompagnarmi a casa ma io mi rifiutai ancora e gli spiegai la situazione, allorché lui prese del denaro dalla tasca e me lo porse in mano per pagarmi un albergo, ancora una volta rifiutai e mi scusai con lui per il mio risentimento.
“Allora non posso fare nulla per te? voglio aiutarti e tu rifiuti, sei davvero ostinata e cocciuta”, mi disse perdendo la pazienza. Con molta calma e gentilezza gli spiegai che avrei accettato del denaro, solo in cambio di qualcosa. Cocciuta e orgogliosa come ero gli feci capire che quella notte come quelle a seguire erano per me importanti, avrei dovuto guadagnare del denaro solo in cambio di lavoro, ma alle quattro del mattino più che la puttana non potevo fare, pensai … sbagliando ovviamente!
Allora mi invitò a risalire sulla sua auto e ci recammo fuori città, giunti in priferia ci fermammo in un luogo ideale, mi batteva forte il cuore, mi veniva da piangere, ero insicura, non sapevo come iniziare, non sapevo cosa dire e cosa fare, ma poi tutto venne così naturale e spontaneo.
Lui però insisteva e diceva che non era il caso, lui non frequentava puttane e poi era la prima volta che si avvicinava ad un travestito più per soccorso che per desiderio. Io allora cercavo di spiegagli che io invece avrei provato un forte piacere e soddisfazione personale se fossi riuscita dagli piacere. Mi lasciò fare ed il tempo trascorse velocemente fino alle prime luci dell'alba.
Esausta ma felice lo guardai in viso che era ancora tutto rosso e gli diedi un bacino sulle labbra, mi sorride e mi accarezzò il viso dicendomi ”sei stata meravigliosa, non ho mai provato un piacere così intenso, mia moglie non è capace a soddisfarmi in questo modo, non so come ringraziarti, la tua insistenza nel volermi offrire un rapporto sessuale in cambio di qualche soldo mi ha fatto scoprire un mondo a me sconosciuto, io abituato a ben altri ambienti non mi sono mai lasciato andare a simili rapporti, ora capisco il successo che hanno certe persone diverse, certi transessuali”.
Lo stavo ad ascoltare con aria incantata, le sue parole mi riempivano il cuore di gioia ma non credevo d'esser riuscita a trasmettere così tanto piacere, le sue parole mi esaltavano al punto che dissi spontaneamente “questa notte volevo morire, la vita non aveva più significato, tu mi hai ridato la vita e te ne sono eternamente grata due volte perché sono anche riuscita a coronare un mio desiderio esaltante, forse indimenticabile per te”.
Mi riprendo dal pensiero e lo sento dire ancora “ti sei dannata per farmi provare una sensazione per me originale, un transessuale che in una notte strana e in cambio di poco mi offre l'ebrezza di un sogno così piacevole anche se non raro, ora però vorrei fare qualcosa di concreto per te, penso che ti meriti oltre che alla mia stima e amicizia qualcosa di più utile nell'immediato per te, so che non vuoi denaro ma dimmi cosa posso fare per te”.
“Amore mio” gli risposi “è già tanto ciò che hai fatto raccogliendomi dalla strada e prestandomi soccorso da una morte certa, si d'accordo che hai assolto doverosamente alla tua responsabilità di medico, da noi in Italia i medici sono sottoposti al giuramento di Socrate ma poi così non tutti si comportano, poco ti sarebbe costato voltar la faccia altrove e non badare ad un fantoccio di ghiaccio seduto su uno scalino che non potendo conquistare il mondo rinunciava alla vita”.
“Penso che un buon lavoro possa essere per te una soluzione provvisoria affinché tu possa con calma rivedere la tua vita e ritrovare il piacere della conquista”, “si è giusto” gli risposi “ma i voglio ricominciare a fare un lavoro umile da svolgersi di notte prevalentemente, la cameriera o la sguattera in un motel, ad esempio, ma niente di più”.
Lui mi giurò che mi avrebbe sicuramente aiutata, mi diede il suo biglietto da visita, che misi riempiendo la mia vuota borsettina, e fattasi ormai l'alba mi feci accompagnare sotto casa. Suonai alla porta della mia amica e sentii subito la necessità di raccontare l'accaduto, non per compassione ma per rassicurarla che i miei guai stavano avendo fine, da li a breve avrei avuto un lavoro decente, lei però rimase molto scossa del mio racconto, quasi incredula mi abbracciò e mi chiese scusa “ perdonami ….. non pensavo che ti potesse accade tutto questo, ti ho costretta fuori di casa e al freddo per uno stupido cliente, che incosciente che sono stata, ora però non ti lascio più, … e se fossi morta ti avrei avuto sulla coscienza per il resto della mia vita” disse, poi come normalmente accade fu un fiume di lacrime reciproco fino al raggiungimento del solito mal di testa.
Caro amico, forse ti può sembrare una storia fantasiosa ma al contrario è vita vissuta in prima persona in un momento di crisi esistenziale. Volutamente raccontata ricca di particolari, ricordi indelebili, quasi una sorta di monito a non ripercorrere quella strada, dove i più deboli l'affrontano attraverso l'assunzione di alcool e droga perdendo così la speranza di tornare indietro, meglio la morte piuttosto che la droga.
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