.... l'oasi della salvezza

... fin da giovane ero attratta dalla fotogarfia e consideravo l'immagine stampata come un mezzo di comunicazione assai completo, ricco di informazioni e capace di trasmettere messaggi indelebili, che potevano raggiungono tutti, nel profondo della propria anima. Dopo un periodo di studio, decisi di praticare seriamente, avevo iniziato come dilettante a fare dei reportage fotografici, ma anche se mi impegnavo moltissimo e studiando i migliori fotografi, restavo comunque una pessima reporter. Io stessa criticavo i miei lavori e riconoscevo in me una scarsa sensibilità, nel cogliere, quella porzione di immagine, o quel dettaglio, che meglio potevano descrivere, in semplice sintesi, un soggetto o un evento nel momento in cui avveniva. Comunque non mi preoccupavo della poca esperienza e credevo che solo attraverso lo studio e l'applicazione continua, avrei acquisito, strada facendo, la capacità di cogliere al volo l'emozione e fissarla sulla pellicola.

Un giorno assai cupo e nuvoloso, privo di stimoli, ricevo inaspettatamente una telefonata da un conoscente che vuole invitarmi a cena, io li per lì non mostro molto interesse e quasi non accetto l'invito, la mia natura qualche volta sospettosa stava innalzando quel muro di protezione tra me e quelle persone che non ho mai considerato aperte e sincere, per cui anche il mio cuore ne diniegava l'esistenza. Lui però, incalzato dai miei rifiuti, non si da per vinto e insiste, cercando di convincermi ad accettare pur non rivelandomi il vero motivo dell'incontro. Ecco, pensai, che rispunta in lui quella non sincerità di cui ne ero veramente convinta, io però, di fronte alle sue gentili parole, non mi piego ma cerco ripetutamente di chiedergli <perché ti ostini a volermi incontrare, sei forse diventato curioso di me, non ti faccio più schifo? o forse non ti ricordi chi sono io, dimentichi anche che abbiamo in più occasioni solo litigato, tu che pur non dicendomelo apertamente, hai sempre parlato male di me, e poi mi hai sempre lasciato intendere che io ti davo fastidio, e non desideravi avermi nella lista delle tue conoscenze, se forse passato dall'altra sponda ? >.

Man mano che i ricordi tornavano a galla, le mie parole si facevano sempre più velenose ed allora decisi di evitare di andare oltre, bloccando i miei rancori con un profondo respiro. Addolcii così il mio animo, quasi per farmi perdonare della irruenza verbale che avevo assunto, e continuai con più tatto < io ti ho sempre ammirato, sei una persona molto intelligente, mi piacciono i tuoi lavori e in sordina seguo tutto ciò che fai, ammiro la tua caparbietà, la tua tenacia ma sinceramente sono rimasta assai sorpresa della tua telefonata>. Lui tergiversa un pochino, per placare le acque ed evitare di innescare un'altra mia irruzione verbale, poi con le giuste parole di circostanza, evitando uno scontro dialettico, che sicuramente lo vedrebbe perdente, esorta dicendomi che era da tempo che desiderava rivedermi e che mi considerava una persona vivace e di valore. Le sue parole questa volta mi sembravano davvero sincere, non perché mi stava adulando ma perché il tono calmo e spontaneo della sua voce questa volta non tradiva l'onestà. Così mi lascio convincere, senza più opporre resistenza ed accetto senza timore, pensando che non vi sarebbe stato più alcun rischio nella mia decisione presa. Avrei così passato una serata in compagnia, forse anche piacevole, semmai il rischio era suo ad avermi di fronte, potendo così guardandolo negl'occhi, avrei potuto affondare il mio pugnale nel suo costato, metaforicamente sia ben inteso, quella lama che da tempo chiedeva vendetta.

Dopo alcuni giorni mi recai all'appuntamento galante, un ottimo ristorante, locale molto intimo e molto elegante, conoscevo quel luogo, vi ero stata diverse volte perché era uno dei miei più graditi, con i tavoli posti in ambientino molto riservati era il locale giusto per un'incontro delicato. Sicuramente lui lo aveva scelto dietro i consigli di qualche amico comune, che mi conosceva bene. Ci trovammo così di fronte alla porta del ristorante come due perfetti sconosciuti, l'indirizzo era esatto, l'ora dell'appuntamento anche, all'epoca non c'erano i cellulari ed era più complicato trovare un soluzione hai dubbi, d'altronde era passato molto tempo da quando ci vedemmo l'ultima volta, io ero molto cambiata. Così ci guardavamo e ci studiavamo con la coda dell'occhio, facendo qualche passo sul marciapiede e scrutando l'orologio. Qualche segno di insofferenza ma niente di più, io poco fisionomista e forse anche lui, entrambi stentavano un approccio, quando lui esorta dicendomi < sto aspettando una cara amica ma sta tardando, forse ha avuto un contrattempo>, <anch'io sto aspettando un amico, forse anche lui avrà avuto un contrattempo> sorridendogli gli rispondo. Anche lui mi sorride e con fare sorpreso mi sussurra < due vittime del destino >, il ghiaccio era rotto. Passano alcuni minuti quando lui mi rivolge nuovamente la parola, dicendomi < perché non entriamo? Così aspettiamo dentro al caldo > dopo una breve pausa continua < se poi ci accorgiamo di essere rimasti entrambi vittime di uno spiacevole inconveniente, potremmo rimediare cenando assieme, sempre che lei lo desideri, ho un tavolo prenotato e ho tanta voglia di passare una serata in lieta compagnia > senza darmi la possibilità di replica, continua < ne sarei onorato >. Per la prima volta mi sento tranquilla e non ripudio l'inattesa offerta, questa volta sento di condividere le sue parole ed entriamo nel locale senza indugio alcuno. Sulla soglia della sala il titolare del ristorante ci attende e ci accoglie con fare sorridente e ossequioso, poi riconoscendomi mi saluta per nome <gentile signora Irene, buona sera, come sta?, lei sempre molto elegante, potrò mai essere io il suo cavaliere ? > allorché gli sorrido e gli do la mano salutandolo cordialmente e ringraziandolo dell'accoglienza sempre cosi calda e familiare. Il mio sconosciuto avventuriero mi sorride con grande intensità, che anche gli occhi gli sorridevano, e con fare assai divertito esorta < io credo di aver prenotato un angolo molto discreto per passare qualche ora lieta con la mia cara Irene, che questa sera mi onora d'esser il suo cavaliere >. Nelle sue parole capii tutto, era proprio lui il nemico di sempre, colui che mi aveva invitato, < avrei prenotato un tavolo per due a nome ......> disse.

A questo punto, non poteva che scoppiare una fragorosa risata tra di noi, due persone all'apparenza sconosciute trovano quel giusto feeling, da diventare complici nel prendere una decisione gradevole da una situazione scomoda, scoprendo spontaneamente il piacere di stare bene assieme. Due persone che da tempo rivali e nemici, un attimo dopo cancellano il loro passato e si riscoprono amici di sempre. E si, è così che la vita si diverte a sorprenderci, inafferrabile destino, ora mi è simpatico colui che pochi minuti prima odiavo a morte, è bastato solo poco a cancellare tutti i miei rancori e gli è bastato altrettanto poco per estinguere tutto il disprezzo che aveva per me. Quel farfabutto che con delicata cortesia, ignaro delle conseguenze, azzarda un invito ad una sconosciuta, sul marciapiede di fronte al ristorante. Penso che il destino abbia voluto, riavvicinarci in nodo fatale, senza discussioni, cancellando così con un colpo di spugna il nostro rapporto passato, assai contrastato, turbolento e velenoso. Come poteva, una cena, iniziare meglio di così, con allegria e simpatia, stupiti nella modalità, sicuramente divertiti del buon auspicio che ci avrebbe condotti ad una cordiale ed amichevole serata.

E così con una buona musica di sottofondo, un pianoforte magistralmente suonato in sala, passiamo un po' di tempo a raccontarci l'ultimo squarcio di vita, le avventure e le disavventure, gli amici comuni e i successi. Poi iniziamo a parlare della vera ragione del nostro incontro, lasciandomi l'iniziativa, gli chiedo con simpatia del perché di tanta urgenza, < come sicuramente saprai, mi occupo di fotografia pubblicitaria, da tempo faccio dei servizi per le migliori case automobilistiche, questi servizi sono pubblicati nelle migliori riviste automobilistiche e nei cartelloni pubblicitari > io lo interrompo e gli rispondo < si lo sapevo, una bella pubblicità quest'ultima che ho visto per le strade ma non credevo che l'avevi curata tu >. Lui continua spiegandomi che ha una attività molto ben avviata ed è pieno di lavoro, si sta facendo un nome e molti soldi, ma comincia ad aver problemi di tempo, rifiutando i clienti meno importanti. Tutto questo lo infastidisce ma non vuole far crescere troppo la sua azienda e non vuole dare ad altri l'opportunità di imparare, per poi diventare in futuro dei possibili concorrenti. Gli rispondo che capisco benissimo il problema ma tutto ciò è un percorso naturale, nella crescita di un'azienda, e poi bisogna sempre fidelizzare i propri collaboratori, proprio per evitare questo spiacevole inconveniente. Lui ne è conscio, ma è molto geloso della sua professionalità artistica, così orgoglioso dei suoi meriti, che non darebbe mai questa opportunità ad altri. Poi continua dicendomi < mi sono trovato recentemente di fronte a delle richieste a cui non ho saputo e non ho potuto dire di no, questi sono i due miei migliori clienti, non potevo rifiutare, a costo di morire, se lo avessi fatto avrei perso entrambi ed ora sarei costretto a sopportare la concorrenza, i miei rivali più spietati >. Ma cosa centravo io con questi suoi problemi, pensai.

Intanto stavamo gustando un ottimo primo piatto accompagnato da un vinello bianco dal delicato profumo di rose, di cui non voglio dire il nome perché lo si riconosce dalla sua unicità, quando, si avvicina il titolare, sempre molto cortese e premuroso, per consigliarci un secondo piatto, adatto per l'occasione, come dice lui, un secondo da non dimenticare. Noi ci lasciamo convincere dalle sue parole e senza sapere di cosa si trattava la sua proposta culinaria, come fosse una sorpresa, ci affidiamo al suo consiglio, che era da tutti riconosciuto come un ricco frutto di un intuito fertile, acuto ma sempre discreto. A conclusione di quel primo piatto, davvero delizioso per il palato, ecco che Stefano, dopo essersi scusato per essere stato noioso, ma che lo sarà ancora per poco, riprende a parlare del suo lavoro, come un carro armato che viaggia verso il suo obbiettivo con il proiettile in canna, senza fermarsi e senza titubanze, mi racconta gli ultimi lavori e la stima che è riuscito a conquistarsi sul campo, frutto di una grande abnegazione oltre che alla sua estrosità. Ma a questo punto lo interrompo, perché stavo cominciando a intuire il percorso, dicendogli < scusami, ma a parte la monotonicità dei discorsi, vorrei capire perché proprio a me devi confidare o devi sfogare la tua rabbia per non poter risolvere il tuo problema, io non vivo nel tuo mondo, non ti sono concorrente, non ho gli strumenti e tantomeno le risorse, che in qualche modo possano esserti d'aiuto. Devi pur accettare la concorrenza e non puoi tenere il piede in due scarpe, non lo pensi anche tu ? o non è questo il tuo problema. E poi perché tanta urgenza di vedermi, se è una vita che ci odiamo, cosa ti aspetti da me, cosa abbiamo in comune noi due, e quale è la necessità di affinare il mostro pensiero, cosa mi vuoi proporre, forse un gioco di squadra ?, e come > attendo un attimo per sorseggiare un po' di vino, poi senza permettergli di pronunciare parola, continuo dicendo < forse il tuo interesse verso di me, lo devo considerare come un ingaggio, per far fuori un tuo possibile concorrente, il tuo nemico ? o forse devo addolcire qualche tuo cliente …. >. Concludo infine scusandomi per la mia veemenza nel travolgerlo di domande.

Ci fu qualche attimo di silenzio, giusto il tempo per prendere ossigeno e studiare la situazione, intanto il cameriere ritirava i piatti e poneva le nuove posate per affrontare la seconda portata. Allorché di sorpresa, mentre il cameriere si sta allontanando, Stefano allunga la mano e mi strige la mia, poi mi guarda negl'occhi e con uno sguardo dolce, mi sussurra < Irene ti volglio … > sospira < … ti amo … >. Io rimango a bocca aperta, e con gli occhi sgranati, estasiata, senza più poter pronunciare parola, mi sento un forte calore risalire su per il viso, un rossore intenso che accende le mie guance, come da tempo non mi accadeva più. Sentii poi anche le gambe mancare, e se fossi stata in piedi mi sarei sicuramente accasciata a terra, tanto era il mancamento. Colta di sorpresa, forse ipnotizzata dal suo sguardo, forse intimorita da quelle semplici ma intense parole, ora mi sentivo smarrita, indifesa, attorno a me si fece il vuoto, e come in una nebbia intensa di color rosso vedevo solo il suo viso guardarmi mentre bruciavo tra le fiamme.

Cercai di riprendermi e dissi con un fievole e rauco filo di voce < questo vino è davvero diabolico, mi ha scaldato e ha reagito in pochi istanti, lasciandomi senza respiro, sono tutta rossa e accaldata, non sono abituata bere >, proprio per non svelare la reazione emotiva che avevano provocato le sue parole. Ma lui che era un marpione, un conquistatore, proseguì nella sua opera devastatrice, così dopo aver attentato al cuore, catturandomi con quelle due parole, ecco che ora affonda la sua spada e mi trafigge, dicendomi < Irene, è molto tempo che volevo rivederti, ti ho sempre pensato e mi hai sempre incuriosito, benevolmente sia ben inteso, anche se abbiamo avuto diversi scambi poco felici, screzi di gioventù, credimi non ti ho mai disprezzata, forse la mia repulsione era dovuta al timore di cadere nella tua rete > … < ultimamente però il mio pensiero non mi dava pace, sempre conteso tra il volerti vedere e la paura di essere rifiutato. I mio cuore batte per te, ma io non ti posso avere come vorrei, ti desidero terribilmente, ma sono sposato e fedele > … < oggi non sono qui perché cerco qualcosa di diverso, credimi ti prego, non ti sto chiedendo di venire a letto, anche se lo vorrei, non fraintendermi, ti sto parlando sinceramente, ti sto parlando con il cuore, sono qui perché sento di volerti bene, sento che tu potresti essere la mia migliore compagna, la mia migliore amica, la migliore alleata >.

Lo fermai con uno sguardo, visto che l'intuito non mi mancava, cominciavo a capire molto di più di quello che mi stava dicendo, diventando sempre più rossa ma con una forza nuova e più distaccata, per alleggerire il peso della sua richiesta, gli dissi < sono felice della tua attenzione, sono altrettanto felice dei tuoi chiarimenti riguardo il nostro passato, d'altronde io, forse per ingenuità, non ho mai creduto di destare interesse attorno a me, comunque ora mi sento felice ed onorata delle tue parole, delle tue attenzioni, che sento finalmente sincere e amabili > … < , ma tu sai quanto sono difficile e diffidente io, dovuto ad un normale comportamento di noi transgender, alziamo sempre un muro tra noi e le persone biologicamente definite, ci proteggiamo nella nostra casa e rischiamo di vivere isolate dal mondo > poi senza dagli la possibilità di replicare decido di aiutarlo così < ho capito nelle tue parole, che l'urgente necessità di risolvere quel grave problema di lavoro, ti costringe, a tempo scaduto, di decidere verso una soluzione, tuo malgrado, che non avresti mai voluto prendere, non di certo in modo così frettoloso > parlando lo osservo, e calibro le mie parole in funzione del suo sguardo. Ora che lo vedo assai preoccupato, decido di addolcire la pillola, aggiungendo < certo che ti è costato molto fare questa scelta, ingoiare il rospo non è da te, ma forse qualcosa è davvero cambiato in te, in noi due, ed oggi siamo diversi, meno istintivi, più maturi, e badiamo molto più a conquistare un'amicizia piuttosto che combattere sotto il vessillo dei pregiudizi > intanto il suo viso si stava distendendo ed il sorriso tornava sulle sue labbra < certo è, che la fretta è nemica del successo ma l'audacia premia i più forti, così attraverso il mio cuore vuoi riconquistare la mia amicizia, e attraverso l'amore credi di riuscire nel tuo intento, evitando così un fallimento clamoroso. Ebbene, il mio cuore ti ha già riservato, fin dal primo minuto che ti ho visto questa sera, un posticino esclusivo, ti prego di non tradirlo ma alimentalo con affetto e amore, in modo che io possa essere davvero la tua migliore amica >. Come un monologo ormai recito la mia parte, aprendomi a lui, divenuto ormai la mia preda indifesa, quindi rincalzo inesorabile la mia sentenza < hai voluto pormi di fronte al tuo amore, se pur vero che sia, cospargendo di petali e di nettare la mia strada, affinché io, attratta, non potessi dirti di no > … < ti sei prostrato ai miei piedi per evitare il fallimento della tua missione, quel mio rifiuto ti sarebbe costato la vita > … < e così vuoi affidarmi un compito che non conosco, ma credo che tu sia sicuro di me, della capacità di assolvere un tale impegno, credo che si tratti di un lavoro delicato, e solo attraverso un legame più stretto, magari più intimo, tu possa essere più sereno, assicurandoti la buona riuscita, ho visto giusto ? > concludo con fierezza.

Ma la sua replica non tarda a venire < mi cara Irene, se me lo permetti questo segno di affetto, devo dirti che sei molto più intelligente ed intuitiva di quello che credevo, pur stimandoti moltissimo, non sapevo di queste tue qualità intuitive ed altruiste, perdonami se attraverso il cuore sono arrivato a te ma era l'unica strada che potevo percorrere, l'hai capito perfettamente, sei molto carina e amabile, sei diversa si, ma sei quella persona che emerge tra la folla, come un'onda, la più bella e impetuosa che tutti vorremmo cavalcare con al nostra tavola > ... < sono sincero con te, mi stai leggendo negl'occhi, non posso mentire, cercare di conquistarti non è stata cosa facile, forse la fortuna ha voluto venirci incontro, ci ha spianato la strada ammorbidendo il nostro passato, più che un ritovarsi, poteva diventare un vero e proprio scontro, violento, a suon di parole come fendenti, che ci avrebbero trafitto mortalmente > … < siamo due animi accesi, indipendenti, siamo due scorpioni, liberi, non accettiamo ne imposizioni e ne ipocrisie, cerchiamo solo un rapporto leale e sincero, tenaci ci abneghiamo con la nostra fede, io e te guardiamo il mondo nello stesso modo, e possiamo essere complementari, io e te assieme possiamo fare grandi cose, conquistiamo il mondo >.

Intanto il padrone del ristorante ci serve il secondo, descrivendolo come cibo per gli dei, ed accompagnandolo con un'altro vino più adatto, ci augura nuovamente un buon appetito, poi nell'allontanarsi mi fa l'occhiolino. Mi accingo così ad assaggiare il cibo degli dei, quando un sussulto mi pervade la mente, guardo Stefano intensamente negl'occhi e poi gli sbotto abbastanza crudelmente < ma tu non pensi che un sentimento come l'affetto o ancora di più, l'amore, non possa essere barattato così per una questione di lavoro ?, non credi di pretendere un po' troppo ?, non puoi regolare i tuoi sentimenti, all'occorrenza, e pretendere che anche gli altri facciano la stessa cosa ?, ma come pensi di garantirti il mio affetto, o forse il mio amore ?, d'accordo essere altruisti ma idioti no, mai !, se l'affetto può esistere, lo si può coltivare, ma l'amore no ! > Lui un po' intimorito ma tutt'altro che sorpreso mi risponde < tu sei già nel mio cuore, da tempo memorabile, sento di amarti, ma non pretendo di essere amato, soffocherò questo mio istinto fino a quando anche tu non mi amerai, anche solo un pochino, non pretendo di più, in tutti questi anni ed ancora in questo momento, cerco di soffocare l'amore che sento per te. Mia moglie è a conoscenza di questo sentimento nei tuoi confronti, lei mia aiuta a superare i momenti di crisi, e gli ho parlato di questa cena con te, ma è tranquilla perché mi conosce, è sicura dell'amore che ho per lei, e pensa che più che amore quello che provo per te sia solo affetto. Stai tranquilla che, pur amandoti, non pretenderò di essere ricambiato >

Di fronte a tale sincerità mi rassereno e cerco di arrivare al sodo, dicendogli < ci siamo leccati e confessati, fin troppo questa sera, dunque, sarebbe giunto il momento di svelare il segreto, gustando questo secondo assai divino, dimmi caro, quale destino mi attende, ormai sono la tua schiava, puoi fare di me quello che credi, dunque che io sia il tuo scendiletto > lui divertito, ma messo alle strette, si svela < cara amica, amore mio, ho sempre apprezzato l'intuito, e nelle tue foto, che ho visto nell'ultimo concorso, ho capito che hai delle doti eccezionali, mi piace la fotografia creativa che proponi nei tuoi lavori > io lo ascolto catturata < nel mio computer ho una serie delle tue foto, alcune discutibili ma la maggior parte assai piacevoli, alcune direi accattivanti nonché originali, ma non le ho volute per copiartele ma per capire il tuo carattere, così ho individuato che noi avevamo qualcosa in comune, una similitudine di idee, tali che, guardando e riguardando le tue foto, attraverso di esse, mi sono innamorato di te > Da queste sue ultime parole sono rimasta davvero sorpresa, stupita e orgogliosa di me, di certo non mi aspettavo un esame così attento dei miei lavori, per lo meno, non credevo di destare così tanto interesse, lui che era un noto fotografo pubblicitario, un riferimento nell'arte della comunicazione, si era interessato alle mie opere di scarso valore, e mi stava promovendo a pieni voti. Poi aggiunse < non mi chiedere chi mi ha dato le tue foto, non voglio tradire un amico comune, he he, ma ti prego perdonalo, lo ha fatto a fin di bene, un giorno lo ringrazierai > diventai nuovamente rossa e capii di chi stava parlando < cara collega, se posso, cara socia, se mi onori, ti piacerebbe fare un lavoro fotografico per me a mio nome ? > ma eccomi di nuovo in preda al panico, sentendomi mancare gli chiesi scusa ed andai un attimo in bagno.

Mi sedetti sul water ma non dovevo fare nulla, solo per riflettere sulle sue ultime parole, ragionare sulla sua proposta e riprendere il coraggio di affrontare l'argomento con consapevolezza. Così avendo ripreso un po' ossigeno ritornai nel ring. Lui, vedendomi tornare assai più sicura, mi disse < vedo che ti sei ripresa, certo che il vino proprio non lo reggi, comunque ora stai bene ed allora mi spiegherò meglio, circa la mia richiesta > gli sorrido ed intrecciando le dita, appoggio i gomiti sul tavolo e il mento sulle dita, per ascoltarlo con attenzione < avrei bisogno che mi aiutassi, sostituendomi per un lavoro fotografico da effettuarsi ne deserto del Sahara, dove una casa automobilistica sportiva, vuole presentare i suoi nuovi modelli nel contesto del deserto, e cercando di dare un fascino particolare, senza cadere nel banale, come fanno tutti >. Bene, pensai, ingoiando la saliva che mi stava allagando la bocca, e mi misi a riflettere, poi dopo qualche attimo gli chiesi < ma sei sicuro che io sia capace di creare quel fascino che tu ti aspetti, trovare quella originalità che differenzia i tuoi lavori, ma sarò all'altezza del compito che mi affidi, a tuo nome ? > e lui rispose < cara Irene, se ti ho chiesto aiuto e perché sono sicuro di te, sono sicuro che riuscirai, sono sicuro che ti impegnerai fino allo spasmo pur di trovare quella originalità che mi distingue, sono sicuro che farai un lavoro grandioso, ma sia ben intesi che anche se lavori a mio nome, i diritti d'immagine sono comunque tuoi, ed il guadagno sarà tuo, solo tuo, a me non interessano quei soldi, mi interessa solo far contento il cliente, quel cliente deve continuare ad essere mio, se accetti, domani ti presenterò a loro >.

Così, come vuole la fatalità, un bel giorno mi trovai nel deserto del Sahara, con la turpe di Stefano e lo staff del cliente, nonché tutta una serie di automezzi speciali di vari colori, un'organizzazione davvero impressionante, tutta sotto la mia gestione. Lavorammo per due mesi, nel deserto libico, egiziano e sudanese, in varie zone, assai caratteristiche, in mezzo alle dune, sulle rocce, sulle pietre e sulla sabbia finissima e impalpabile. Dall'alba al tramonto senza tregua, cercavo di fissare qualcosa di decente, cercavi di inventarmi quell'emozione che avrebbe dato fascino all'immagine. Impresa non facile, ad esser sincera. E poi quelle bellissime oasi, tra la gente che coltivava l'orto e gli ulivi tra le palme da datteri. Quindi giù nel Mali fino a raggiungere Timbuctu (tombouctou), sempre scortati da tribù nomadi molto numerose, sia per protezione personale che per la disponibilità di un numero elevato dei dromedari. In somma, due mesi passati senza un attimo di respiro, con il timore di non farcela, scattai migliaia di foto e feci girare chilometri di pellicola. Senza tregua e senza badare troppo a me stessa, sempre coperta da pomposi turbanti, al punto che solo gli occhi si intravvedevano, sempre rossi, doloranti e pieni di sabbia. Da Tinbuctu riuscii a spedire in Italia tutto il lavoro, ben protetto in cassette termoisolanti. Dopo alcuni giorni cominciai a riceve dei telegrammi e delle telefonate che mi trasmettevano buone notizie, seguite dagli immancabili complimenti da parte di Stefano. Poi dopo una decina di giorni ricevetti l'ordine da parte del cliente, di chiudere la missione, e far rientrare tutti a casa, l'obbiettivo era stato raggiunto e ci aspettavano per farci i complimenti. Ovviamente prima di rientrare in Italia organizzai quella festa, che promisi a tutti durante il tour.

Io però l'ultima notte non riuscii a dormire, avevo un forte ronzio nelle orecchie, non stavo bene, mi sentivo accaldata, trascurata, se pur felice, ero anche molto triste, c'era qualcosa che mi mancava. Decisi così di telefonare a Stefano nella notte fonda, e gli spiegai il mio malessere. Lui dapprima si preoccupò assai ma poi, riflettendo bene, forse la causa era quel mal d'africa, che ti prende nello stomaco, forse avevo bisogno di mitigare questa sensazione rimanendo ancora un po' di tempo qui, in questi luoghi, per godere di un giusto e meritato riposo. D'altronde la missione era conclusa ed io non avevo impegni particolari, per cui potevo permettermi di passare qualche giorno di vacanza, ormai ricca per il lavoro andato bene, dovevo solo godermi qualche stravaganza. Così il giorno seguente salutai tutta la trupe e lo staf, che vidi con malincuore andar via e rimasi sola in terra d'africa. La tensione nervosa che mi aveva teso come una corda di violino per tutta la missione, ora si era finalmente sciolta, ed io mi sentivo grande, unica, piena di orgoglio e felice per aver superato me stessa. Anche se rimasta sola tra quella gente che stentavo riconoscere sincera, non avevo di certo paura, volevo fare qualcosa di interessante, avere nuove emozioni e che mi potessero dare quell'eccitazione e la felicità che avevo bisogno, e che mi facessero stringere le gambe dal piacere.

Così pensando, mi venne l'idea di unirmi ad una tribù di nomadi, e attraversare il deserto con loro per provare a vivere una nuova dimensione, sicuramente difficile e irta di difficoltà, forse anche pericolosa, ma mi sentivo immortale e perciò ero determinata. Ne parlai a Stefano e lui assai contrariato, mi diede della pazza, dicendomi che sarebbe stata un'avventura troppo pericolosa per me, e non voleva che rischiassi la mia vita, lui non voleva perdermi per un desiderio così effimero, ma io testarda e cocciuta non lo ascoltai, e decisi di sfidare me stessa. Scelsi quindi quella tribù che per ultima ci accompagnò, diedi loro molto denaro, parte di cui necessario per comprare un dromedario e tutti i finimenti, nonché quelle poche cose e le cibarle che ci si doveva portare in viaggio, più tutta una serie di farmaci per combattere qualsiasi evenienza. Dopo alcuni giorni di preparativi, finalmente mi fecero unire a loro e ci incamminammo nel deserto. Prima a piedi e poi in groppa al dromedario cominciai l'avventura, giorno dopo giorno vivevo con loro questa strana mania, loro forse commerciavano e dovevano viaggiare, io no, e allora perché ero voluta andare con loro, questo dubbio stava rodendo il mio cervello, come una sorte di pentimento, che cresceva sempre più man mano che il tempo passava.

Le difficoltà non tardarono a presentarsi, complicazioni di ogni genere, da quella alimentare a quella fisica, in groppa al dromedario i primi giorni è stata dura, fino a che non mi sono abituata a seguire il ritmo del suo passo, il mio sedere ne era testimone dolorante, così come i muscoli delle braccia, per non parlare dell'andamento ondeggiante rotatorio che ti portava a cadere di sella se non lo si assecondava con leggerezza.
Di giorno si viaggiava lentamente attraversando dune su dune, tutte diverse tra loro, e il sole invece era sempre lo stesso, lo vedevi nascere, crescere e sparire all'orizzonte, sempre nello stesso modo, sempre cos' limpido e intenso che mi bruciava gli occhi. La pelle arsa a causa della bassa umidità si stava piegando tra infinite rughe doloranti, e la polvere vi si insinuava rimanendo imprigionata. Le labbra ormai rinsecchite, erano diventate carta pesta, senza più forma bruciate dal sole, mi procuravano un bruciore continuo e la saliva bruciava più dell'alcool.

Periodicamente, più volte al giorno, la carovana si fermava, univano gli animali, e dopo la preghiera bevevano il tè. Anch'io mi univo a loro e così mi offrivano gentilmente un bicchiere di tè molto caldo, buono e aromatico, un vero rimedio contro la sete. La sera ci si fermava in un posto riparato dai venti, venivano issate delle tende attorno ad un falò, giusto per riscaldarci un pochino, la notte fa molto freddo, e la temperatura può scendere a zero gradi. Poi, attorni ai falò, si innescavano infinite discussioni, di cui io non capivo nulla, e nessuno si prendeva la briga di farmi capire, fino a che mi veniva servito un pasto frugale, molto piccante, di gusto particolare. Io, accovacciata di fronte al fuoco, guardavo le fiamme che sfavillavano e consumavano quei pochi arbusti, necessari per preparare il pasto, pensavo, sempre più dubbiosa sulla scelta che avevo fatto, forse pentita, ormai non potevo più tornare indietro. Ogn'uno per proprio conto se ne andava a dormire sotto quei fatiscenti tendaggi, anch'io mi sistemavo come meglio potevo sopra un tappeto avvolta con i miei indumenti dentro una coperta, poco confortevole e mal odorante. Cominciavo ad avere un po' di nausea per il loro comportamento, sempre lasciata in disparte, solo alcune donne, di tanto in tanto, venivano a chiedermi qualcosa, ma io non le capivo, e loro non facevano nulla per farsi capire, magari con dei gesti, poi si stizzivano e se ne andavano, così mi sentivo sempre più emarginata, quasi un fastidio per loro.

Dopo alcuni giorni ci fu l'incontro con una seconda carovana, ben più numerosa e rumorosa, proveniente da un'altra direzione, che si unì a noi ed assieme continuammo il viaggio nel deserto, formando così una carovana unica, lunghissima, interminabile, tutti in fila, uno dietro l'altro, una scia di gente e di animali forse lunga più di un chilometro. La sera poi, si formavano tanti bivacchi, ed io non capivo più con quale dovevo o potevo stare, il capo tribù, unica persona che conoscevo, e con la quale potevo scambiare qualche parola in francese, lo avevo perso di vista. La gente mi sembrava tutta uguale, solo i turbanti erano diversi ma di notte sotto la luce della luna non era facile individuarlo, riconoscerlo, ed allora provavo chiamarlo per nome, ma il vociare delle discussioni attorno ai falò, coprivano il mia voce. Mi decisi quindi di cercarlo di persona, e correndo da un bivacco all'altro, cercai di guardare in faccia tutti, non riuscii comunque a trovarlo.

Arrivata all'estremità del campo vidi due ragazze isolate che si erano appena tolte il turbante, alla luce della luna il loro viso era bianco, con grande sorpresa capii che erano europee o americane, allora mi avvicinai a loro, e senza indugio le salutai ingenuamente con un “ciao”, una di loro mi guardò con due occhi tristi e rispose al saluto, in italiano, chinando la testa. Fu un colpo al cuore per me, stavo pregustando la felicità di avere finalmente delle compagne di viaggio, quando, venni presa alle spalle e scaraventata a terra, distante da loro. Un gruppo di beduini mi aveva costretta ad allontanarmi, a suon di schiaffi e calci, io dovetti correre via per evitare il peggio. Di corsa sulla sabbia, cadendo infinite volte, cercai di raggiungere il bivacco a cui appartenevo, ma non lo trovai più. Stanca e avvilita, mi sedetti ai margini di un altro gruppo dove cera chi suonava e cantava. Questa gente vedendomi così affranta cominciarono ad assillarmi di domande, interrogata costantemente, questa volta in lingua francese, che io conoscevo poco, da uno di loro che poteva essere il capo della seconda carovana. Questi cercava di sapere perché non pregavo con loro, se avevo soldi, se mi aspettava qualcuno, dove dovevo andare, se resistevo al viaggio sotto il sole, se avevo freddo la note, se avevo bisogno di farmi un bagno. Insomma una serie assillante di domande che mi venivano ripetute, in modo ossessivo, e a cui io non riuscivo più rispondere.

Ogni giorno che passava, li vedevo sempre ostili, sempre più attenti a tutto ciò che facevo, arrivavano anche a chiedermi se ero disposta a farli divertire, se facevo la danza del ventre, se mi spogliavo nuda. Da notare che nella carovana c'erano anche molte donne e bambini, tutte abbondantemente coperte come me. Pensavo di non destare curiosità, e passare inosservata, ma le loro attenzioni mi preoccupavano, cominciavo ad aver paura di loro. Ed avevo ragione, il mio timore si fece reale la settima notte, allorché appena appisolata, seduta di fronte al falò, mi svegliai sentendo tante mani che mi toccavano e che cercavano di spogliarmi. Io a mia volta feci per proteggermi ma fu del tutto inutile, e così in pochi secondi mi trovai nuda in mezzo a loro. Sorpresi mi videro il pisello, quindi non ero una donna che loro si aspettavano, ed allora scoppiarono a ridere, mostrando i loro denti storti e marci. Me lo tocarono a più riprese, divertendosi a soppesarlo, poi mi toccarono il seno, rimanendo perplessi, poi fu la volta del sedere che palparono con eccitazione. In ginocchio mi costrinsero in mezzo a loro di fronte al fuoco, il solito beduino mi chiese in francese < sei cristiana ? > io dopo un attimo di esitazione gli risposi di si con un cenno della testa. Allora tutti capirono la mia risposta e io capii che era giunta la mia fine, come una martire pensai al Dio in cui credevo e da cui speravo di riceve la forza per sopportare il dolore. I miei pensieri furono bruscamente interrotti quando li risentii discutere ed urlare, cosi che tutto l'accampamento si risveglio per vedere cosa stava accadendo. Erano più di sessanta persone adulte, che attorno a me discutevano e litigavano.

Ma io, nuda, avevo freddo e non capivo nulla, tutto quel vociare, la loro lingua era per me incomprensibile, mi sembrava di impazzire, alcune parole venivano ripetute in modo ossessionante, ed io cercavo di chiedere al capo tribù cosa stava accadendo, invano ricevevo risposta. Poi nella concitata discussione qualcuno comincio a sputarmi in faccia, qualche altro mi prese per il collo me mi fece capire che mi avrebbe tagliato la testa, un altro mi strinse i testicoli per farmi urlare, un ultimo prese dal falò in bastone infuocato e cercò di infilarmelo nel sedere, ma venne subito fermato, per mia fortuna, e allontanato da tutti gli altri. Finalmente. il capo tribù, dapprima mi disse che loro erano dei mercenari, dei guerriglieri, e poi aggiunse che volevano il mo denaro, se ci tenevo alla mia vita. Io gli risposi che tutto il che possedevo era nella sacca appesa alla sella del dromedario, e non ne avevo altro. Qualcuno di loro aveva già preso il mio denaro, rubandolo, ed ecco perché stavano litigando, per sapere chi lo avesse rubato. Poi la gente cambiò improvvisamente il tono della discussione, e il capo tribù cercò allora di proteggermi, ma invano, mi presero sulla sabbia fredda del deserto e mi trafissero a più riprese con il loro pene. Si divertirono su di me no so quante volte, senza più forze e volontà alcuna, mi lasciai sopraffare senza opporre resistenza, tanto sarebbe stato inutile.

Da quella notte non fui più ammessa tra di loro, neanche sotto le tende o attorno ai falò, fui invece trattata come un'animale, relegata ai bordi dell'accampamento, legata assieme ai dromedari. Di giorno ero costretta a lunghe camminate, non avendo più un dromedario tutto per me, dovevo invece alternarmi con altre due disgraziate, una in groppa e due a terra, poi ci si dava il cambio. Le due ragazze, che avrebbero diviso con me questa sventura, erano quelle che vidi e salutai quella notte, prima di esser picchiata. Una si chiama Rossella, italiana come me, occhi verdi, 26 anni, mentre l'altra si chiama Kate di origine scozzese, occhi azzurri, 30 anni sposata con un figlio. Entrambe vestite con una tunica a righe, molto sgualcita, un copricapo che lasciava intravvedere solo gli occhi, scavati in un viso molto sofferente, molto magra e senza più alcuna volontà. Non parlavano, ci si guardava solo, perché se pronunciavamo parola saremmo tutte e tre picchiate selvaggiamente e lasciate senza cibo, o forse abbandonate a morire nel deserto.

Ed io, oggi, che non sono più un'ospite pagante, sono costretta al ruolo di schiava, senza più una dignità, vivo questo viaggio con loro, terrorizzata da continue minacce di morte, senza poter parlare tra noi, sto diventando muta come loro. Solo attraverso gli sguardi riusciamo a sfogare la nostra rabbia, il desiderio di vendetta, la richiesta di aiuto, specialmente la notte, quando da sotto terra escono scorpioni e vipere. E noi tre, legate vicino agli animali, abbiamo freddo e paura, si, paura di addormentarci, e così a turno, una di guardia e le altre due a riposare, passavamo quelle maledette notti, rischiarate da una grande luna, che sprigionava una luce intensa, abbagliante. Chi non dormiva la notte lo faceva di giorno in groppa al dromedario, fino a che non sarebbe caduta dalla sella. Gli animali sentivano la presenza delle vipere, e scalpitavano per allontanarle, non di certo non sentivano quella degli scorpioni.

E così ho trovato quella grande emozione che cercavo ?, no, non era proprio questo quello che volevo, mi sono trovata in un mare di guai, perché sono una stupida incosciente, non di certo erano queste le emozioni forti che volevo sentire, … così pensavo tutte le notti, ormai ridotta ad una larva, ero molto dimagrita, anche se mi davano da mangiare e da bere, non avevo più forze per reagire, e mi lasciavo lentamente sopraffare dal volere altrui. Fui cosi destinata anch'io come le due sventurate, ad essere oggetto di sfogo sessuale, continuamente importunate, passavo le serate a sopportare ogni sorta di perversione. Non c'era più intimità tra noi, le sorelle di sventura avevano visto ormai cos'ero io, ma non avevano mostrato alcuna sorpresa, ne interresse, ne disappunto, ormai apatiche come me, poco importava tutto ciò, poco importava la vita. Anche la morte non ci faceva più paura, se fosse venuta a prenderci, sarebbe stato solo un'atto di sollievo per le nostre tante sofferenze. Non c'era più bisogno di lavarsi, tanto forte era l'odore di urina che avevamo sul corpo, che neanche un bagno nella calce, avrebbe intaccato quella crosta indecente, una sorta di protezione, dalla quale neanche più gli animali notturni si sarebbero più avvicinati. I nostro sapone era la sabbia fine del deserto.

Dopo un mese, la carovana arriva finalmente in un luogo bellissimo, un'oasi molto fertile attorno ad un grande lago, dove sulle sponde c'era molta gente che mercanteggiava, che si lavava e che abbeverava gli animali. Fummo costrette, noi tre sventurate, con immenso piacere a fare il bagno nel lago, se pur controllate a vista, per paura che scappassimo via, qell'acqua ci avrebbe purificato il corpo. Finalmente potevamo scorticare quella crosta indecente di cui ne eravamo ricoperte fin sopra i capelli. Fu un lavaggio lungo e meticoloso, assai difficile togliere la sabbia intrisa nella pelle, quella sabbia che usavamo per pulirci dopo la sevizia. Con l'aiuto di un po' di sapone e della paglia, raschiavamo la nostra pelle come quella di un cavallo, per togliere le macchie nere dai piedi, incuranti dell'irritazione che ci stavamo procurando. Anche i capelli, ripuliti dalla sabbia, ripresero a stento un colore naturale. E la faccia, bruciata dal sole, con la pelle raggrinzita, non era più quella che conoscevamo, gli occhi cosi bianchi e rossi sembravano più grandi. Ormai ripulite, spuntò qualche sorriso, quando ci fecero indossare delle tuniche bianche di cotone, ad eccezione del mio abito, che era diverso, più bello, aveva dei ricami rossi e oro, il tessuto era più fine, sembrava seta.

Le mie sorelle di sventura, Rossella e Kate, visto il mio abito, si erano un po' risentite per questo diverso trattamento, e mi fecero delle smorfie, ma che colpa ne avevo io ?. Così acconciate e senza turbante ci portarono in un luogo, che sembrava un mercato, dove si vendeva di tutto e dove c'era moltissima gente che contrattava qualsiasi cosa. Con uno sguardo capimmo subito il nostro destino. Trattenute in un angolo protetto, in un cortile maleodorante e sorvegliate da cinque di loro, venivamo osservate da alcune perone che si avvicinavano, questi poi discutevano vivacemente con i nostri beduini e poi se ne andavano piuttosto arrabbiati. Dopo alcune ore che eravamo in quel cortile e assistevamo sempre alle stesse scene, ecco che si avvicina una persona importante, grassa ma distinta, con una tunica molto bella, con un turbante di seta e le dita piene di anelli. Scortato da un decina di persone, sicuramente armate, guardava con disprezzo i nostri beduini, che cercavano di discutere con lui, ma lui non voleva parlare con loro, quindi si avvicina a noi, così un carceriere gli sussurra qualcosa nell'orecchio, lui ci guarda a lungo, poi mi indica con un dito di seguirlo. La mia compagna di sventura, quella italiana mi sussurra < sei stata comprata, beata te >.

Un beduino mi prende per un braccio e mi spinge verso il compratore, questi mi indica di seguirlo, io chino la testa e ubbidisco, scortati dalle sue guardie, mi porta in un luogo non molto distante dal cortile, una stanza assai buia con una panca appoggiata ad una parete e un sontuoso e opulente cuscino in mezzo. Lui si siede sul cuscino, le sue guardie restano fuori e chiudono la porta, poi, rimasti soli mi osserva bene e mi indica di togliermi i vestiti. Io eseguo i suoi ordini proprio come una schiava, e rimango nuda d'avanti a lui. Mi guarda estasiato, prima il seno e poi il pene e pronuncia la parola “bella” in italiano, poi continua ad osservarmi bene e mi chiede di girarmi su me stessa, dopo di che mi dice in inglese < sei proprio quella che volevo >. Io sono rimasta sbalordita nel sentirlo parlare, dopo un mese di stenti, finalmente qualcuno che riuscivo a capire, finalmente, vedevo già la luce della libertà e pensando a quello che mi era successo, mi venne da piangere. Lui mi guardava con tenerezza ed io asciugai le lacrime, poi sapendo che una schiava deve servire il suo padrone, e supponendo che, la mia salvezza poteva dipendere anche dalle mie capacità, senza perdere altro tempo, mi dedicai con estrema attenzione a procuragli quanto di più piacevole gli potessi dare. Senza alcun limite, mi offrii così ad una profonda arte amatoriale, a cui nessuno poteva rifiutare, provocando in lui molto piacere e la consapevolezza della giusta scelta, sicuramente premiata molto oltre il valore monetario, pattuito con quel gruppo di mercenari. Non osavo, ma volevo chiedergli qualcosa, però avevo paura di essere impertinente, il mio pensiero correva, essere troppo precipitosa, poteva essere rischioso, meglio limitarsi ad assecondarlo, se mi libera da quei mercenari, avrei avuto il tempo di sapere, l'opportunità dui parlare con lui, e forse avrei avuto anche la possibilità di riscattarmi.

Fu lui, che ad un certo momento mi disse di smettere, e di rivestirmi, era ormai convinto dell'affare e capii che mi voleva assolutamente sua, a qualsiasi prezzo. Ritornammo quindi nel cortile, io a testa bassa dietro di lui e in mezzo alle sue guardie. Si mise a mercanteggiare il mio acquisto, operazione lunga e complicata, fatta di tante parole, gesti e strette di mano. Sempre a testa bassa non osavo muover ciglio durante la concitata trattativa, ma, non molto distante vidi i piedi delle mie due sventurate, Anna e Jenny. Alzo allora lo sguardo lentamente e vedo il loro viso molto triste, i loro occhi lucidi, e le lacrime scendere sulle guance bruciate dal sole, loro mi guardavano e mi chiedevano aiuto, e io cosa potevo fare per loro ? mi struggevo dal dolore al pensiero di lasciarle li, mi sanguinava il cuore pensarle ancora alla mercé di chi sa chi, lontane da me. Ad un tratto Rossella mi urla forte “Irene aiutami” e subito un mercenario gli molla uno schiaffone che la fa cadere in ginocchio. Per me fu come una pugnalata al cuore, tentai di fare un passo verso di lei e di allungare un braccio ma le guardie mi impedirono di avvicinarmi. Bloccata per un braccio fui costretta a mettermi in ginocchi e rimanere ferma dietro il mio signore, il quale si era accorto dell'accaduto e per un attimo si era fermato di discutere.

Io che mi sentivo la più fortunata, scelta non per la bellezza o per il vestito che indossavo, ma per la diversità del mio corpo, una strana sorte per chi come me, nulla o ben poco viene considerata. Questa mia diversità, che mi riscatta, come non mai nella mia vita, se pur sempre sognato, ora sta diventando un destino ingiusto, le nostre anime non si possono separare qui, in questo modo, in questo luogo, in questa situazione. Tutto ciò sarebbe troppo crudele, devo fare qualcosa, devo fare qualcosa, così pensavo e mi ripetevo con ossessione. Ora, ormai giunti alla fine della trattativa vedo pagare il mio prezzo, vedo anche la mia sacca che conteneva documenti e vestiti, venir consegnata al mio padrone, il quale ne controlla subito il contenuto, ma immediatamente si irrita e punta il dito in faccia al mercenario che prese il denaro, quel dito teso così imponente, con i suoi ricchi anelli che brillavano al sole, incuteva timore.

Le sue guardie senza alcun comando, circondano immediatamente i mercenari, tirati fuori i pugnali e li trattengono sotto minaccia. Dopo alcuni minuti ecco che spunta un sesto mercenario, con in mano dei documenti, il mio passaporto, che tenta di consegnarlo al signore, ma una guardia lo brocca, con un violentissimo pugno in faccia, quindi raccoglie i documenti caduti in terra e li consegna al sultano. Lui li sfoglia, controlla le carte, e i passaporti, dopo di che mi fa segno di andare. Ma io non potevo alzarmi da terra, in preda al dolore della separazione, giocai un'ultima carta, così mi gettai ai sui piedi e mi strinsi ad una sua caviglia, piangendo fortemente gli chiesi di salvare le mie due amiche, sorelle di sventura. Gli parlai in italiano con le parole del cuore, ero sicura che mi avrebbe capita, singhiozzando, più volte gli ripetei < salvale o mio padrone, salva anche loro, vi prego, vi saremo riconoscenti per tutta la vita, io non posso vivere senza di loro, mi lascerei morire senza di loro >.

Non so se fu il mio pianto disperato, non so se lo aveva già previsto, non so se aveva comprato anche loro, ma sentii la sua mano accarezzarmi il viso, e senza parlare ma con dei gesti, mi face capire di alzarmi che era tutto a posto. Mi alzai come un'anima in pena, ma quando vidi, due delle sue guardie che presero le mie sorelle, liberandole dalle corde a cui erano legate, il mio cure scoppio di gioia. Non ricordo di aver mai gioito così intensamente nella mia via. Noi tre sventurate, schiave, trattate come animali, eravamo ancora assieme, ad affrontare un nuovo destino che speravamo diverso, più umano, e che ci permettesse di dimenticare quei terribili giorni che abbiamo dovuto sopportare e lottare contro l'infamia e la crudeltà.


.... segue la seconda parte.
Ringraziamenti: le ultime 18 immagini, asinistra del testo sono state tratte dal film “The nel deserto”

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